Isola Farnese
Il nome di Isola Farnese trae origine da due derivazioni appartenenti ad epoche diverse.
La prima parte del nome attiene alla terminologia medievale di “insula”, con cui si indicavano la serie di luoghi, comuni nella campagna romana, circondati da fossi o corsi d’acqua: la rupe sopra la quale sorge il borgo è circondata infatti sul lato settentrionale dal Fosso del Fiordo, affluente di destra del torrente Valchetta.
La seconda derivazione del nome, come attesta la tradizione locale, è mutuata dalla potente famiglia del cardinale Alessandro Farnese come si dirà meglio più avanti. Se fu dunque l’insula a prendere il nome dei Farnese non appare fondata la tesi di coloro che in passato sostennero che il nome “Farnese” derivasse da un tipo di quercia allora abbondante nei boschi circostanti e detta appunto “fargne” o “farnia”.
Dopo la scomparsa del “Municipium Augustum Veiens”, costruito dai Romani dopo la conquista della città etrusca di Veio nella parte meridionale di essa, il luogo ha avuto diverse denominazioni: nelle bolle pontificie del 955 e del 1074 e in altri documenti del sec. X, gli unici che si hanno dopo il periodo di silenzio che ha seguito la scomparsa del Municipio romano, il luogo sul quale era stato costruito nel frattempo un castello fortificato e circondato da povere case, veniva citato col nome di “insula De Agella”, quindi “insula De Agolli” (in una Bolla di leone IX).
Per tutto il Medioevo si parlò dell’isola “quae vocatur Agella“, chiamata cioè Agella: di qui è derivato il toponimo che è stato dato dentro il borgo di Isola Farnese a via Agella, che va da via Isola Farnese a Piazza della Colonnetta (quest’ultima chiamata così per la colonna di epoca romana che vi si trova).
In seguito il luogo è comparso citato con il nome di “insula pontis veneni”, dove “veneni” secondo il Nibby potrebbe derivare da “Veienti”, malamente trascritto dagli amanuensi.
Successivamente la denominazione si è trasformata in “castrum pontis veneni” e piano piano in “castrum insulae”, dove “castrum”, come in molte località del Lazio, sta evidentemente ad indicare un luogo fortificato: alla fine negli anni che seguirono, il nome di “castello dell’isola” è venuto a designare tutte le contrade ed i dintorni di esso.
Il castello costruito nell’XI° secolo appare infatti menzionato in un documento del 1003 con il quale il papa Giovanni XVII° (1003-1006) assegnava in proprietà all’abate dei SS. Cosma e Damiano un “Castellum Insulae”.
Durante il pontificato di papa Pasquale II° (1099-1118) il castello ospitò gli ostaggi mandati dall’imperatore Enrico V° e nel 1209 vi alloggiò l’imperatore Ottone I°. Nel 1286 il castello divenne proprietà degli Orsini, che nel 1312 vi ospitarono l’imperatore Enrico VII°: nel 1502 il castello fu tolto agli Orsini da Cesare Borgia, per essere poi restituito l’anno dopo alla morte di Alessandro VI° Borgia.
Nel 1567 il cardinale Alessandro Farnese acquistò da Paolo Giordano Orsini il castello per il nipote Ottavio, incorporandolo nel ducato di Castro: in quel secolo il maniero acquistò l’aspetto attuale e da allora si chiamò castello d’Isola Farnese.
Nel XVII° secolo il castello e le terre da esso dipendenti furono incamerate dalla Reverenda Camera Apostolica che lo cedette in enfiteusi nel 1753 al conte Leonardo Casoni: nel 1820 fu venduto alla principessa Marianna di Savoia, duchessa di Chablais, dalla quale passò prima in eredità a S. M. Maria Cristina, regina di Sardegna, poi ai Rospigliosi e da ultimo ai marchesi Ferraioli.
Il castello rimase abbandonato e deturpato da vandalismi, modifiche e soprastrutture, specie durante il periodo 1915-1918, in cui era stato adibito a caserma dei prigionieri di guerra: pertanto l’allora proprietario Filippo Ferraioli decide di provvedere al restauro, senza peraltro poterlo vedere compiuto, a causa della sua morte, che avvenne il 1° febbraio 1926.
I lavori furono ultimati nel 1930 e seguirono scrupolosamente in tutto il complesso dell’edificio le incisioni dell’opera del Canina: il restauro é ricordato nel cortile da una lapide, con iscrizione dettata dal gesuita Padre Pietro Tacchi Venturi.
In un locale del pianterreno fu sistemato il deposito del Ministero dell’Educazione Nazionale, per la raccolta dei materiali provenienti dagli scavi: dopo il restauro é stato sistemato nel castello, oltre ad altre istituzioni locali, un asilo inaugurato il 2 maggio 1926 dal senatore Pietro Fedele, allora Ministro della Pubblica Istruzione. Oggi il castello é di proprietà privata .
Il castello ha i caratteri architettonici del XVI° secolo: la rocca medievale, incorporata nel palazzo seicentesco, non é più riconoscibile.
Le poche strutture originarie visibili sono relative ai resti del recinto e di alcune torri di guardia circolari o quadrate.
Era separato dal borgo per mezzo di un fossato artificiale sul quale una volta scendeva un ponte levatoio: nell’arco di ingresso c’è lo stemma cardinalizio con i gigli dei Farnese.
Il castello è stato sottoposto a vincolo monumentale imposto con D.M. emanato il 15 settembre 1961 ai sensi della legge n. 1089/1939.
Veio
Era una delle più ricche e famose città dell’Etruria.
Le fonti antiche insistevano nel sottolineare l’ampiezza e la ricchezza del suo territorio, collocato in posizione strategica lungo la riva occidentale del Tevere, a soli 15 km da Roma.
La rivalità fra le due potenti città era antichissima, e va probabilmente collegata con i rispettivi tentativi di controllare le saline presso la foce del Tevere e di conseguenza, il commercio del sale, prodotto vitale nell’economia delle società antiche.
Scaramucce militari e attacchi di frontiera dovettero essere, fin da epoche assai antiche, all’ordine del giorno, tanto è vero che la prima guerra contro i veienti viene fatta risalire al principato di Romolo.
L’ultimo capitolo della saga tra Roma e Veio viene tramandato dalle fonti con grande dovizia di particolari e un tono altamente epico.
Non tutti i dati della tradizione sembrano degni di fede; tuttavia, sfrondando il racconto dei particolari sospetti, ne traspare chiaramente il sostrato storico.
Nel 406 a.C., immediatamente dopo lo scadere della pace ventennale stipulata con Veio, le ostilità tra le due città si rinnovarono. I Romani, che avevano ripreso vigore dopo le vittoriose campagne contro i volsci, erano seriamente intenzionati a liberarsi, una volta per tutte, di quella spina nel fianco.
Per la prima volta, invece di attendere le iniziative nemiche e limitarsi a respingere i loro attacchi, portarono un esercito sin sotto le mura di Veio e vi posero assedio.
La conquista della città non fu un’operazione semplice, perché gli assedianti mostrarono fin dalle prime battute una tenace resistenza, trasformando le operazioni in una lunga ed estenuante guerra di posizione.
Nonostante le ripetute richieste di aiuto, nessuna delle città etrusche ando’ in soccorso della città assediata, sia per mancanza di un sentimento di coesione nazionale, sia perché non si era ancora pienamente compreso il pericolo della formazione della potenza di Roma.
Solo i capenati e i falisci, popolazioni di stirpe latina ma legate agli etruschi sul piano politico, temendo che la disfatta di Veio avrebbe travolto anche loro, inviarono due eserciti a difesa della città.
Più volte i veienti tentarono di rompere l’assedio con l’aiuto degli alleati, ma altrettante volte i romani riuscirono a respingere le sortite nemiche e a mantenere intatte le proprie postazioni.
Questa guerra di logoramento era destinata a prolungarsi per un tempo infinito e se i romani non avessero conquistato Veio in tempi brevi, l’arrivo dei galli a Roma avrebbe potuto capovolgere le sorti della guerra, a favore di Veio.
Nel 396 a.C., la libertà di Veio fini’ per sempre, ma la città non scomparve del tutto, come invece pretendono le fonti romane.
Chiesa Isola Farnese
La Chiesa Parrocchiale, sita in Piazza della Colonnetta, è dedicata a San Pancrazio Martire.
Il Portale è ricavato da materiale antico di riutilizzo e presenta, inserito nello spigolo esterno sinistro, un cippo marmoreo, stele funeraria di età romana.
La Chiesa, che è del 1400, è costituita da tre navate, ha poca luce che le viene da piccole finestre poste in alto.
Sul portale c’è un rosone di vetri policromi e nell’interno sono stati rinvenuti affreschi interessanti della stessa epoca.

A fianco della porta centrale, sul lato sinistro, guardando dall’interno, si può ammirare un bellissimo affresco di scuola viterbese del ‘400 che rappresenta la Beata Vergine che regge il bambino Gesù, San Giovanni Evangelista e Sant’Antonio Abate. Dal lato opposto, sempre accanto il portale, si nota un presepe della stessa epoca.
E’ da notare, in quest’ultima composizione, l’intensa figura del nano barbuto (con tunica a strisce), al seguito dei Re.
Questo affresco è di epoca romana e c’è questa iscrizione.”Questa Capela ane fatto dipingere Gulio di mastro Cola della Bordella abitante all’Isola per sua devozione, A.D. 1520 a dì XXIV maggio”.
Scendendo dalla porta verso l’altare abbiamo, dipinta su un pilastro, Maria che allatta il Bambino, bellissima rappresentazione della Madonna madre, con intensa espressione che ricorda le Madonne di Raffaello.
Nella navata a destra, in una cappella di recente restaurata, un interessante Cristo in croce di legno di scuola toscana. L’opera, di magnifica fattura, risale al 1450 e, data la rigidezza del busto, fa pensare che sia della scuola di Giotto.
Nell’abside della navata centrale,si trova un grande affresco della scuola di Melozzo da Forlì, rappresenta la “Morte della Madonna” (dormitio Mariae) che si mostra su un letto circondata dagli Apostoli; nella parte superiore si ammira la Santa Vergine Assunta in Cielo.

A destra ( con le spalle all’altare maggiore) vi è l’altare di San Pancrazio Martire.
La tela del Pomarancio, il cosiddetto Roncalli, rappresenta S.Pancrazio Martire; nello sfondo la campagna romana, delle torri medievali e un agglomerato di case, le poche che all’epoca costituivano la borgata intorno al castello di Isola.
Sulla sinistra dell’altare maggiore, l’altare della Madonna del rosario.
La pittura su tela ad olio del Cavalier D’Aquino è datata 1639 e fatta eseguire da Margherita De Satis.
Le tele rappresentanti i 15 misteri che circondano il quadro, sono in buona parte state rubate e sostituite con altre donate recentemente alla Parrocchia di San Pancrazio.
Su un altro altare, più in fondo a destra, vi è l’immagine di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, rappresentato con ai piedi un cinghiale e sul lato sinistro un angioletto con un bastone che regge un campanello.
Il fonte battesimale reca lo stemma della famiglia Farnese. L’acquasantiera è costituita da due capitelli di stile corinzio del basso impero uniti da un motivo di marmo più fine che rappresenta sui tre lati due piccioni che bevono dentro una conca

